Ellade Bandini - L'intervista |
Abbiamo intervistato Ellade Bandini, uno dei batteristi protagonisti della storia della musica italiana e docente di Storia della Musica in Nam Bovisa, per il corso Batteria Maxxima.

– Volevo partire chiedendoti di tutte le tue tantissime esperienze. Quale ritieni la più importante?

Quella che mi è servita più di tutte sono stati gli anni passati nelle sale da ballo e nei “Night club”. Allora non c’erano le scuole di musica come al giorno d’oggi, o facevi il Conservatorio, dove la batteria non era prevista, oppure lezioni private, ma a me non piaceva studiare, volevo suonare, quindi imparai andando a vedere orchestrine e cercando di copiare i dischi. Sono nato in una città di provincia come Ferrara, dove le occasioni per vedere artisti importanti avvenivano prevalentemente nel periodo estivo, in occasioni come la festa del Santo Patrono della città o nelle Feste dell’Unità, dove ebbi occasioni di vedere, per la prima volta, cantanti famosi come Rita Pavone, per l’occasione accompagnata da un gruppo inglese, “The Shel Carson Combo”, capitanato da uno sconosciuto Shel Sapiro, e che poi divennero i “Rokes”. Proprio da loro vidi per la prima volta una batteria che non fosse una Hollywood, ma una meravigliosa Premier madreperlata. Per quelle feste si scritturavano molti giovani cantanti nostrani di “Rock and Roll” che erano soprannominati “Gli urlatori”: Jenny Luna, Joe Sentieri, Ghigo e una certa Baby Gate, nome d’arte di una giovanissima Mina, e poi ancora gruppi come I Fuggiaschi, I Solitari, I Campioni e I Ribelli, con un Gianni Dall’Aglio quattordicenne alla batteria, e fu proprio da lui che partì la mia passione per la batteria. Ho imparato le prime cose ascoltando e cercando di copiare da tutti loro. Mi allenavo con rametti staccati dagli alberi con i quali accompagnavo, picchiando sulle sedie del bar, i brani che mettevano nel jukebox. Poi iniziai con le prime orchestre da ballo, avevo sedici anni. Si faceva il cosidetto “volante”, che consisteva nel suonare il sabato sera e la domenica pomeriggio, il cosiddetto matinee o tè danzante, e poi la domenica sera cambiando spesso locale. Ogni paese aveva una chiesa e una sala da ballo. C’era una grande richiesta di complessi musicali, dando a tutti la possibilità di lavorare. I professionisti, che erano i più preparati e i più pagati, suonavano, giustamente, nei locali migliori, mentre i meno talentuosi in posti sperduti della provincia, in compagnia di allegri contadini, rissosi pescatori e zanzare. Sì cominciava tutti così per poi arrivare ai grandi locali fino, per chi aveva le qualità, ai night club, il che significava suonare tutte le sere fissi e ben pagati nello stesso posto per un mese se non di più. Ascoltavo più che altro Elvis Presley, Little Richard, Jerry Lee Lewis, Neil Sedaka e i Champs e di riflesso tutti i loro batteristi. Seguivo molto anche i batteristi italiani, Gianni Dall’Aglio (il mio idolo), Gil Cuppini, Gegè Di Giacomo, Ulderico Rovero batterista di Fred Buscaglione, Enrico Cuomo di Gorny Kramer, Roberto Podio di Armando Trovaioli, Pasquale Liguori, Gianni Cazzola del quintetto di Basso – Valdambrini, Gegè Munari, per approdare infine a Gene Krupa e Cozy Cole. Poi, seguì una lunga sfilza di grandi miei miti: Ringo Star, il batterista dei Kinks Mick Avory, Keith Moon, John Bonham, Al Jackson Jr, Roger Hawkins, Bobby Colomby, Danny Seraphine, Billy Cobham, David Garibaldi, Jeff Porcaro e il mio numero uno: Steve Gadd, tutti angeli e cherubini dell’immenso Buddy Rich. Non posso però non citare il mio Poker d’Assi italiano: Tullio De Piscopo, Franz Di Cioccio, Giulio Capiozzo e Bruno Biriaco. In realtà ci sono tantissimi fuoriclasse anche tra i giovani e non solo, per non parlare dei grandi batteristi jazz…sono veramente tanti.

– Quanti dischi hai registrato?

Mi hanno riferito che risulto in circa 1200 ma io ne ho seri dubbi, però al di là dei numeri, se in realtà vogliamo parlare di brani registrati, dovrebbero essere di più, contando che molti di quei dischi sono LP contenenti ognuno minimo dieci brani. Comunque in realtà non importa quanti dischi hai registrato, ma quali.

– Ho letto un’intervista in cui dicevi che Fabrizio De Andrè è l’artista più difficile della musica italiana.

Non so se con il termine “difficile” ho reso l’idea, era sicuramente un artista che si metteva continuamente alla prova e lo stesso faceva con noi. Era molto musicale e aveva uno spiccato senso delle velocità dei brani. Era molto esigente con sé stesso, con i musicisti e con i tecnici. Quando succedeva che se la prendeva con qualcuno ne risentivamo tutti quanti, calava una cappa di tensione che però, secondo me, serviva a mantenere alta la concentrazione a favore di migliori prestazioni artistiche, e il concerto del Teatro Brancaccio sembra dargli ragione. Quel tour fu di quasi novanta concerti in tre mesi, un fatto che portava a sentirci tutti più sicuri, togliendo quell’adrenalina creata dalla tensione, facendoci rilassare troppo. Bastava uno dei suoi richiami e tutti in riga e di nuovo carichissimi su quel palco. Era allo stesso tempo una persona molto disponibile e generosa che dava senza chiedere nulla in cambio. Pretendeva solamente la stessa resa da tutti, lui compreso, nel rispetto anche della cifra che il suo pubblico pagava per il biglietto e che lui non voleva mai deludere.

– Tu sei diventato batterista in un’epoca in cui non c’era niente, non c’erano soldi e non c’era possibilità di studiare. Oggi i ragazzi in 30 secondi trovano su internet qualsiasi brano o metodo di studio. Secondo te questo genera un qualche effetto particolare?

Ho 73 anni e mezzo e anche se non me li sento sono tanti. Il mondo è in continuo cambiamento e l’essere umano non sempre ne esce vincitore. Durante gli anni 50/60/70 ci furono un sacco di cambiamenti di costume e la musica ne è stata la colonna sonora, in perfetta sintonia. Blues, Rock and Roll, Beat, Pop, Soul Music, basta sentire un brano di quegli anni per visualizzare immediatamente il suo periodo storico e il suo perchè. I blues sono il dolore e le lacrime di un popolo, il rock americano e il beat inglese sono due forme di contestazione giovanile e anche diverse fra di loro. La musica pop è stato segno di boom economico e di benessere, con la musica popolare o folk visualizziamo i campi. Tutto questo stimolava l’identità del singolo, o dei singoli nel caso di gruppi, si cercava di essere originali e soprattutto diversi dagli altri, questo in tutti i campi, arte compresa. Per tutto questo non servivano i libri, tutto questo era nel dna dell’essere umano, formatosi grazie all’esperienza di milioni e milioni di vite. Ho lavorato con molti musicisti creativi. Marc Ribot (chitarrista tra gli altri di Tom Waits), un musicista fuori dal comune che ha sviluppato uno stile che non puoi imparare se non formandoti “sulla strada”. Ne ho nominato solamente uno a caso fra tantissimi, e quali sono gli altri? Presto fatto, uno se li va a cercare da solo, e chi ci arriva con curiosità spulciando libri probabilmente è destinato a diventarlo anche lui. La facilità con cui i ragazzi d’oggi hanno tutto a disposizione, presupporrebbe che siano tutti molto preparati. Imparano tanto, ma troppo spesso trascurando proprio quello che realmente servirebbe. Ad esempio, secondo molti colleghi, la batteria sui social viene trattata come fosse uno strumento solista mentre secondo me è uno strumento “anche” solista; prevalentemente, se parliamo di musica, la batteria è uno strumento gregario al servizio di altri strumenti solisti che fanno melodie e armonie, cosa non possibile per la batteria. Tutte quelle prestazioni che vediamo sono spesso simili fra di loro portandoci a suonare tutti allo stesso modo, rendendo di riflesso la musica tutta uguale. È la musica che fa delle richieste, quando succede il contrario diventa tutto tranne che musica. Quello che dobbiamo fare non è una guerra ma un’alleanza, la competizione quando non c’è lavoro aumenta la crisi, le alleanze no. Quando suoniamo dobbiamo ascoltare gli altri.

– Qui in Nam Bovisa i batteristi studiano anche “pianoforte complementare”. La trovi una scelta giusta?

Assolutamente sì. Ho notato veramente una qualità d’insegnamento altissima e una grande preparazione e impegno da parte dei ragazzi iscritti. Sarebbe importante che però anche gli altri strumenti facessero un corso di batteria complementare. Tutti dovrebbero imparare il più possibile e dico questo pensando a un mio limite personale, non aver mai approfondito gli studi musicali. Sarebbe stato il massimo se ai miei tempi ci fosse stata una scuola come Nam Bovisa, logicamente senza internet. In fondo batteristi come Christian Meyer, Elio Rivagli, Maxx Furian e tanti altri sono diventati grandi senza tutta questa tecnologia. È un peccato che si possa frequentare un’ottima scuola di formazione in un periodo così di crisi, ma l’entusiasmo dei ragazzi è sempre stata l’arma migliore, e questa loro positività mi riporta ai miei diciotto anni. Gli incontri che faccio per i corsi Batteria Maxxima di Maxx Furian vogliono indicare un percorso musicale nutrito del mio bagaglio di esperienze, con l’intento di tramandarlo agli allievi: quali approcci nel modo di suonare, quali ascolti, incontri e scoperte che il programma di un corso non può darti.

– Secondo te per un ragazzo andare all’estero può essere una soluzione?

Ormai tutto il mondo è paese, non è più come una volta. Ci sono ottime scuole anche in Italia. Vai a New York o a Parigi ed è facile trovarvi persone che già conosci. Quello che secondo me servirebbe, in Italia, è una maggiore coscienza culturale e musicale. Dagli anni ottanta non abbiamo mai fatto nulla di più che sostituire musicisti con altri musicisti disposti a lavorare per meno soldi. In futuro, il lavorare per compensi sempre più bassi coinciderà con il lavorare gratis. Un processo iniziato negli anni ottanta, dall’avvento dell’elettronica, che alla fine di un lavoro con o senza musicisti presenti, si prende il merito assoluto del tutto. Col tempo, da allora, ho visto scomparire nel nulla tanti validi colleghi. Ma io sono nato batterista e, a modo mio, lo sarò fino alla fine.

Credit Photo Mauro Vigorosi